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13 Magazine N. 171
L’economista non deve spacciarsi da profeta
Federico Caffè

Nelle travagliate settimane che hanno preceduto la formazione del nuovo governo, quello di Savona è stato il nome più divisivo. Da parecchie parti, l’evento è stato derubricato a faccenda tattica: si è detto che l’impuntatura di Salvini era solo strumentale, che un nome vale l’altro, che a via XX Settembre poteva andarci benissimo qualcun altro (come poi è stato). Non è così. Il nome di Savona è stato dirimente per questioni di sostanza, perché dietro la sua figura di studioso si celano vent’anni di libri, di pubblicazioni, di conferenze che contestano la linea di politica economica che l’Italia ha tenuto da inizio anni ’90 ad oggi.
È difficile spiegare al lettore comune il nocciolo della questione. Sarebbe necessario conoscere le più importanti scuole di pensiero economico, le fondamentali teorie monetarie, le basi della geopolitica economica (termine, tra l’altro, coniato proprio dal professor Savona). Tenteremo dunque di spiegare la faccenda per un’altra via, accostando il malato italiano a un obeso che, per tornare sano, deve essere messo a dieta.
Poniamo il caso che i chilogrammi in eccesso dell’obeso “Italia” siano il suo debito pubblico, un ammontare di denaro che supera il 130% del Pil. Sarebbe un obeso grave, uno che rischia la vita, perché si porta dietro un fardello pari a più di due volte il suo peso forma. Che fare? Normalmente si va dal dietologo per iniziare una dieta. Bene, il corpo umano è fatto di entrate e di uscite, esattamente come il bilancio pubblico. Di solito, se si va da un medico serio, la via d’uscita è obbligata: ridurre di molto le calorie introiettate. Questo è quello che per l’Italia vorrebbero gli economisti “ortodossi” (monetaristi, neomonetaristi, professori bocconiani, rigoristi vari, alti papaveri dello stato, esponenti della Banca d’Italia, eccetera). Monti, Fornero, Cazzola, Cottarelli, tanto per fare qualche nome, fanno parte di questo mondo. Questo, inoltre, è quello che è stato fatto sin dagli anni Novanta. Tuttavia, come molti esperti di nutrizione sanno, spesso ridurre drasticamente le calorie non è il miglior modo per dimagrire. Succede infatti che i primi chilogrammi vanno via in fretta ma che poi il fisico si abitua, rendendo i risultati sempre più difficili e il corpo sempre meno pronto a spendere. Il problema sta dunque anche nel metabolismo: un fisico che non spende, tende a tesaurizzare il più possibile le calorie che gli vengono somministrate. Qui entra in gioco la seconda scuola, quella del professor Savona, ma anche quella di Giulio Sapelli e di tanti altri economisti. In sostanza, questa seconda squadra di studiosi sostiene che l’Italia sta morendo di dieta (rigore), che una cura troppo severa ne sta inibendo le capacità produttive, che il paese dovrebbe anche poter consumare calorie per riattivare sé stesso e non farsi consumare dalla dieta. Diciamo dunque che vorrebbero una dieta meno afflittiva e, al contempo, usare le calorie in più per fare attività fisica, sport, rigenerare il pigro metabolismo.
Ora, quanto detto rappresenta una semplificazione. Perché all’interno della prima e della seconda squadra ci sono molti punti di vista differenti; perché il professor Savona non è certo un tipo che vorrebbe la spesa facile; perché esistono fattori esogeni a questo sistema che lo influenzano pesantemente (in particolare la politica dei cambi e gli incentivi alle esportazioni).
L’elettore medio poi non sa nulla e non è tenuto a sapere nulla delle complicate teorie economiche che stanno a monte dell’una o dell’altra scelta. Tuttavia - e questo è il bello della democrazia - ha dato una risposta elettorale che permette di dare voce anche alla scuola di pensiero (“meno dieta e più sport”), quella che fino ad oggi ha perso nelle accademie. Vedremo come andrà a finire, l’importante è tornare in forma.



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