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13 Magazine N. 172
Internet è un oceano dove molti navigano su una zattera
Giordano Bruno Guerri

I social network hanno aperto un vaso di Pandora. Esiste un grande problema di comunicazione. Ma andiamo per gradi. Con me funziona così: quando qualcuno vuole scrivere per 13 Magazine, gli è assegnato un argomento e gli si chiedono uno o più pezzi di prova. Ovviamente i risultati sono molto variabili e rivelano i diversi livelli di partenza dell’aspirante pubblicista. Tuttavia, in 15 anni d’attività, pur avendo visto di tutto, non è mai capitato che qualcuno ricorresse all’insulto o al turpiloquio, alla divinizzazione di sé stesso fino ad autocelebrarsi come giudice dell’universo, alla rivelazione dei problemi più intimi, alla citazione di fonti a caso (“mio zio”, “mio cugino”, “un mio amico”, eccetera). Ecco, questo, quando si aspira a scrivere in pubblico per un giornale, non accade mai, neanche per caso. E mai sta per mai: che sia un adolescente, un lettore che segnala un problema, una persona non proprio avvezza alla lettura e alla scrittura, nessuno si è mai sognato di consegnare al direttore qualcosa che non sia scritto al meglio delle proprie possibilità. Dunque la domanda è: se non accade mai per la nostra piazza, quella della rivista, perché nelle chat collettive di Whatsapp, su Facebook, Twitter, Instagram e tutti gli altri social network si legge il peggio della trivialità umana? Perché non è raro imbattersi in roba che non solo sarebbe perseguibile per legge, ma che spesso scavalca di gran lunga anche la dose fisiologica di volgarità che capita a tutti di avere in sorte?
Sembra che lo spazio del web non esista, che lì, di fronte al mondo, ci si possa permettere di parlare come in preda al peggiore dei momenti isterici. E non è solo una questione di maleducazione. Perché a non capire come funziona è anche gente che addirittura ha un titolo di studio, che magari non ricorre all’ingiuria o alle parolacce, ma che avvelena i pozzi abbandonadosi a un moralismo di maniera privo di senso, alla citazione di fonti senza nessuna credibilità, alla voglia d’insegnare materie delle quali è totalmente all’oscuro. Prima dei social network, in nessun contesto pubblico era immaginabile che un contabile parlasse di medicina, un calciatore di balletto, un fisico di economia (o il contrario). Eppure questo sul web accade tutti i santi i giorni, dando la sensazione, a chi vorrebbe usare certi mezzi con disicanto, che non c’è più spazio per la leggerezza, per l’ironia, per un minimo di cordialità. Dentro il mondo virtuale tutto dev’essere per forza bianco o nero, a favore o contro, positivo o negativo. La politica è tifo da stadio, il conformismo è spacciato per progressismo, lo sport è guerra, l’alimentazione è religione, la scienza è macchietta, e così via.
Non è forse un caso che gli analisti del web si chiedano se non siamo all’alba di una crisi. Gli adulti ormai spendono circa due ore al giorno sui social. Gli adolescenti arrivano a nove. Eppure, il 78% degli iscritti a Facebook si è chiesto almeno una volta se non fosse il caso di cancellarsi. Nei due terzi di casi per due ragioni fondamentali: il tempo sprecato e la sensazione di essere controllati.
Insomma, forse prima o poi, tra crisi e tentativi, arriveremo a una forma di convivenza civile perfino in rete. Nel mondo reale sono stati necessari secoli e ancora non si può dire che l’esperimento sia pienamente riuscito. Tuttavia occorre provarci, almeno per rendersi la vita migliore.



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