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13 Magazine N. 173
I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito
Oriana Fallaci

La locuzione “Politicamente corretto” (politically correct) nasce negli Stati Uniti e designa, stando alla definizione dell’enciclopedia Treccani, “Un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone”. Ora, già il fatto che un’espressione del genere venga da un luogo come l’America, ovvero una civiltà sostanzialmente estranea alla nostra (che è greco-romana, cristiano-cattolica, mediterranea, europea), qualche forma di cautela e di circospezione dovrebbe farla venire. Ma è il suo esplodere in ogni paese occidentale, il suo dilagare nel quotidiano e nei media a provocare una radicale forma di rigetto.
Chi è furbo, sa benissimo come usare la trincea del politicamente corretto. Gli esempi degli ultimi mesi sono tantissimi. Durante la recente finale del torneo di tennis US Open, Serena Williams ha perso la testa perché l’arbitro le ha dato una penalizzazione. Ne è nata una polemicona sui giornali nella quale la campionessa si è lamentata di una supposta “discriminazione” in quanto donna. L’argomentazione, se avesse giocato contro un uomo o un canguro, avrebbe retto. Purtroppo dall’altra parte della rete c’era comunque un’altra donna, peraltro nera come lei. Stesso film per Asia Argento, paladina del movimento “metoo”, prima molestata da Weinstein, poi supposta molestatrice del diciassettenne Jimmy Bennett, infine scaricata dallo show “X Factor” mentre il ragazzino veniva a sua volta accusato dalla ex. Un circo.
Si dirà: scemenze. Lo sono un po’ meno quando nei cartoni animati della BBC i britanni dell’antica Roma vengono raffigurati come neri, quando i cast dei colossal hollywoodiani devono esser realizzati tenendo conto della composizione etnica, quando a Yale vogliono rottamare autori come Shakespeare e Milton perché “troppo maschi e bianchi” (una petizione degli studenti). Insomma, tutto, in nome del “politicamente corretto” sta diventando grottesco. Nella città di New York, i genitori di un bambino o di una bambina, per rispetto verso il futuro orientamento sessuale dell’infante, da qualche settimana possono apporre, alla voce sesso, una bella “X”. Si tratta dello stesso posto dove i figli di chi non ha una buona assicurazione sanitaria privata, se si ammalano, non possono curarsi adeguatamente.
Il clima è ovunque paradossale. Dalle nostre parti, film come “Amici miei”, “Fantozzi”, “Vacanze n America”, “Vacanze di Natale” e buona parte delle commedie di Bud Spencer e Terence Hill - solo per citarne alcuni - oggi non sarebbero né proposti né realizzabili. Stessa cosa per libri come “Porci con le ali” o per i fumetti di Andrea Pazienza.
Da questa rincorsa a un rispetto degli altri che è pura forma non può nascere nulla di buono. Il razzismo, dove c’è, non indietreggia di un millimetro se si toglie una “g” alla parola che “negro”. Anche perché “negro”, in Italia, non ha mai avuto l’accezione negativa e razzista che ha avuto e che ha negli Stati Uniti.
Il sospetto è che più aumenta la psicosi da “politicamente corretto”, più dal basso sorge una reazione di rigetto verso le élite politico-culturali che vogliono imporla. Giacché parlare di lessico e di vocabolario - ormai lo si è capito - è un buon modo per non parlare di casa, stipendi, scuola, sanità, giustizia, opere pubbliche e quant’altro.
Sia detto in chiusura e di straforo: chissà che il successo di Salvini non sia per niente estraneo a tutto questo.



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