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13 Magazine N. 168
I cristiani non sono ospiti o uccelli migratori. Sono qui dalle origini della nazione e senza di loro la Siria non esisterebbe
Bashar al-Assad

E' accaduto ancora. Sembra impossibile ma è accaduto ancora. Era il 5 febbraio 2003 e il Segretario di Stato americano Colin Powell, agitando in pubblico una fialetta dove diceva ci fosse antrace, tenne un discorso presso il consiglio di sicurezza dell’ONU nel corso del quale asseriva con tutta sicurezza di avere notizie su fabbriche mobili di armi biologiche detenute da Saddam Hussein. Il resto è la storia di una guerra iniziata il 20 marzo dello stesso anno e conclusa ufficialmente il 18 dicembre 2011: un’invasione americana costata all’Iraq - mettendo insieme la guerra propriamente detta e la successiva guerra civile - tra 600.000 e un milione di morti. Il punto è che quelle armi di distruzione di massa non esistevano, che l’ex Premier inglese Blair ha chiesto per questo “scusa” (2015) e che c’è stata addirittura la candida ammissione che tale guerra abbia “favorito la nascita dello Stato Islamico”. Ma non è tutto. Perché chi non ha la memoria corta ricorda anche che due anni prima della fatidica seduta ONU, il 24 febbraio del 2001, Powell asserì in una conferenza stampa che le sanzioni statunitensi all’Iraq prevenivano qualsiasi forma di sviluppo di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein.
Uno dei più celebri aforismi di Karl Marx, del quale il prossimo 5 maggio ricorrono i 200 anni dalla nascita, recita che “La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa”. Bene, tra Iraq e Siria è andata esattamente così. Mettiamo da parte le circostanze di un bombardamento nel quale chi bombarda, ovvero la coalizione Stati Uniti-Francia-Gran Bretagna, comunica preventivamente ai destinatari delle bombe gli obiettivi dell’attacco (roba da avanspettacolo). Il punto è la legittimazione dell’uso della forza verso uno stato sovrano che combatte la piaga del terrorismo jihadista interno. Nel settembre 2013, il presunto utilizzatore di armi chimiche Assad - su invito russo e con l’accordo americano - ha raggiunto un faticoso accordo per la consegna della lista e la distruzione delle proprie armi chimiche. La faccenda, pochi lo ricordano, ha coinvolto anche l’Italia, perché nel luglio 2014 quell’arsenale è passato per il porto di Gioia Tauro, dove venne organizzato il passaggio del carico tra le navi scandinave (danesi e norvegesi) e la statunitense Cape Ray: un arsenale di 600 tonnellate stipato in 78 container. Il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti dichiarò “vogliono portare la Calabria alla guerra civile, il governo sappia che la Regione non accetterà che questa operazione possa mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente” (le frontiere della farsa sono infinite).
Bene, a quattro anni dal 2014 e da quegli aventi, ogni qualvolta Assad riconquista territorio ai guerriglieri jihadisti e libera le città dalle organizzazioni terroristiche, scatta puntuale l’accusa di averlo fatto attraverso le celebri armi chimiche. Poco importano i fatti di Gioia Tauro, poco importa che Monsignor Audo, Arcivescovo di Aleppo, abbia dichiarato che “come cristiani diciamo che alla storia delle armi chimiche non crediamo”, poco importa che il regime siriano, in fase di vittoria, difficilmente possa darsi la zappa sui piedi attirando su di sé l’attenzione (e le bombe) dei Paesi Nato.
Ora, va detto che Assad non è uno stinco di santo. Ma il problema è l’alternativa e i costi umani. Il regime siriano è comunque espressione di uno stato sovrano, laico, multireligioso, dove fino al 2010 ci si andava per turismo. La guerra ha fatto centinaia di migliaia di morti e cinque milioni di profughi. Cosa vogliono dunque Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna? Come disse Andreotti, “A pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina”.



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