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13 Magazine N. 174
“Dopo il Sessantotto la “Sinistra” è diventata l’ala culturale ed artistica marciante di un nuovo capitalismo post-borghese”
Costanzo Preve

Un Paese senza opposizione è un paese preoccupante, almeno per chi ha a cuore la democrazia. Questa cosa sta accadendo in Italia, dove la maggioranza giallo-verde, inaspettatamente, guarda i banchi dell’opposizione e vede il nulla. A parti invertite, sembra che il governo abbia davanti a sé quell’autostrada che pregustava, nei primi anni Novanta, il PDS di Occhetto. Al tempo, un’intera nomenclatura politica era stata spazzata via dalle inchieste giudiziarie e dalla propria inadeguatezza ai tempi che cambiavano. I post-comunisti, rimasti in piedi, vedevano approssimarsi una lunga stagione di governo. Poi arrivò Berlusconi e il sogno svanì. Perché in politica, sempre comunque, i vuoti di rappresentanza sociale vengono riempiti da qualcuno.
Oggi, altro fatto curioso, un Berlusconi al crepuscolo sembra giocare il ruolo opposto che giocò venticinque anni fa. Anche lui, ormai, è entrato nella parte dello scolorito rappresentante dell’ancien règime (il vecchio regime). Laddove invece il “nuovo”, Salvini e Di Maio, fa fatica ad essere metabolizzato persino dai media, a loro volta espressione di un passato che è passato sia dal punto di vista delle idee che delle forme comunicative. Strano periodo, dunque. Con, sullo sfondo, l’elemento più preoccupante: una sinistra in crisi perenne, che sembra non aver capito nulla del presente.
Nel PD, incredibilmente, c’è davvero chi pensa che il partito possa rinascere da un congresso. È iniziata una discussione kafkiana sui nomi di Richetti, Minniti, Zingaretti, eccetera (i probabili candidati alla segreteria del partito). Sembra una grande seduta di ipnosi collettiva; un sonno il cui brusco risveglio arriverà nel maggio del 2019, quando si terranno le elezioni europee. Alla base di questa dormita generale c’è un enorme equivoco. A sinistra pensano seriamente che il problema sia attinente alla figura del leader, che sarà possibile uscirne mettendo da parte la faccia di Renzi o portando avanti qualche operazione fatta di marketing politico. Non è così. La sinistra ha rotto definitivamente con la sua base sociale ed elettorale, anche con quella che gli dava il voto per riflesso incondizionato, per omaggio alla storia di famiglia. Odia il popolo e ne è cordialmente ricambiata. Non dice una parola che sia minimamente in sintonia con gli umori delle borgate, delle persone alla fermata dell’autobus, della gente in coda negli uffici pubblici, sale d’attesa dei pronto soccorso, nel traffico. In meno di trent’anni, la sinistra ha compiuto una mutazione genetica, un completo voltafaccia che l’ha fatta passare dall’eurocomunismo all’ordoliberismo, dalla russofilia alla russofobia, dall’euroscetticismo all’euroentusiasmo, dall’antiamericanismo al filoatlantismo, dall’esaltazione dello stato all’esaltazione delle multinazionali del web, dalla centralità operaia alla centralità dei ceti medi semicolti (quelli che recitano il catechismo del politicamente corretto). Non parla con gli strati popolari non per mancanza di volontà, ma per connaturata estraneità. Dialoga con Macron o Juncker, va in vacanza a Capalbio, legge Gramellini, Concita Di Gregorio, Rampini, crede alle ricette economiche di Cottarelli, Monti, Giavazzi, guarda i programmi tv della Gruber, di Floris, di Fazio. Insomma è tutto ciò che in Italia è minoranza. Sempre più minoranza.



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