“La politica esige i partiti, lo spirito umanitario li vieta”
Hermann Hesse
“L’Uomo Qualunque” di Giannini. Quando vengono chiamati in causa per commentare il fenomeno Grillo, dirigenti di partito e intellettuali non hanno niente di meglio da rispolverare. Convinti di dare una risposta sensata - qualcuno perfino di fare bella figura - tirano in ballo la fiammata populistica alimentata, più di 65 anni fa, dal quotidiano e dal partito dello scrittore e giornalista napoletano.
Dopo le ultime elezioni, è molto divertente osservare l’inversione dei ruoli che una risposta del genere implica. In primo luogo perché rivela la profonda ignoranza rispetto all’argomento in questione: Giannini ebbe una parabola di appena 4 anni (1944-48), prese i voti soprattutto in un’area geografica (il Mezzogiorno), si scontrò con un sistema di partiti forte e appena nato, si gonfiò e si sgonfiò in seguito alle vicende che coinvolsero la costituente e che produssero il testo fondativo della Repubblica (istituzioni e partiti avevano il vento in poppa, altro che crisi attuale). In secondo luogo perché il fenomeno per il quale cercare comparazioni storiche appare non essere affatto Grillo (un comico approdato alla politica, un blogger che usa internet, un catalizzatore di voti urbani e interclassisti, un carismatico propugnatore di liste civiche: tutte cose mai viste prima), quanto piuttosto il sistema dei partiti che lo attacca.
Si può discutere infinitamente sulla bontà o meno delle proposte di Grillo, sulla sua sospetta insofferenza alle critiche, sulla sua sistematica sottrazione al confronto. Probabilmente è una strategia che ha a che vedere con il cinico calcolo politico (mischiarsi significherebbe identificarsi) e che, a maggior ragione, sembra essere perseguita da qualcuno che non sta affatto scherzando. Ma è l’attuale sistema dei partiti ad essere il vero imputato, il soggetto finito sul bancone della storia. Delegittimato da se stesso, causa prima della crisi (basta comparare Italia e Germania), incapace di rinunciare ai privilegi (il presidente della commissione preposta a tagliare gli indecenti stipendi dei politici si è dimesso per sfinimento), alle centinaia di milioni di euro di finanziamento pubblico, alle poltrone delle municipalizzate, l’apparato delle sanguisughe di stato sembra infatti essere al suo capolinea. E l’aria che tira non è affatto quella precedente a Tangentopoli. In quel contesto i partiti conservavano una riserva di consenso. Oggi dietro si avverte il baratro. L’aria che spira pare essere quella del crollo del sistema giolittiano, della fine della repubblica di Weimar, del governo Kerenskij. Si dirà che questi episodi richiamano posti lontani, anni remoti o eventi bellici. Meglio allora fare un esercizio di realismo e ricordare cos’è l’Italia attuale. Oltre al lavoro e all’economia, esistono seri problemi demografici (sempre più vecchi e malati), strutturali (famiglie in sfacelo), culturali (razzismo), sociali (casa), educativi (scuole in rotta), infrastrutturali (collegamenti e servizi fermi agli anni ‘60), sessuali (violenza sulle donne), ambientali (emergenza rifiuti ovunque, mari razziati senza pietà, Mezzogiorno in perenne dissesto idrogeologico, ecc.), urbani (centri storici senza manutenzione, patrimoni inestimabili lasciati marcire, ecc.).
Con questa Italia, il politico che si mette in tasca 15.000 euro al mese, e che a malapena parla l’italiano, non ha niente di cui discutere. Grillo o non Grillo, andrà bene se ne uscirà in maniera discreta e indolore.
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