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13 Magazine N. 170
La povertà è una grande educatrice
Neil Postman

La politica italiana sta mutando paradigma e sembra che i media facciano molta fatica a capire il cambio di passo. Del tentativo di formare un governo Lega-M5S si è detto e si dirà di tutto. Non sappiamo ancora se Salvini e Di Maio riusciranno davvero a formare una maggioranza stabile, che duri, capace di portare avanti un programma, forte abbastanza da resistere all’inevitabile assalto alla diligenza dei mercati, dei grand commis di stato, dei diversi tipi di opposizione. Tuttavia non è questo il dato. Il dato, il fatto, è che la democrazia italiana sta metabolizzando - dopo dieci anni di crisi - tutto il malumore che covano le classi popolari.
Nessuno, prima delle elezioni, aveva previsto lo scenario che l’Italia sta attualmente attraversando: il lungo stallo politico, l’obbligato e risicato margine d’accordo tra due forze politiche confliggenti, l’idea di una maggioranza del tutto inedita. Eppure è andata così.
Ovviamente, contro l’ipotesi di un tandem Di Maio-Salvini, gli ideali fucili di un certo establishment hanno subito scelto la posizione di tiro. Lo spread lievemente in salita, le soffiate strategiche ai giornali, i mal di pancia, le previsioni apocalittiche. Qualcuno, tirando per la giacca il Presidente della Repubblica, lo ha detto anche esplicitamente: “La sovranità popolare, caro Mattarella, non è sinonimo di interesse nazionale” (Cerasa, Il Foglio). Come a dire, va bene il rito del voto, va bene chiedere l’opinione del popolo bue, ma esistono dei paletti (due su tutti: l’adesione alla moneta unica e alla Nato) che non vanno minimamente sfiorati. Ora, per quanto, nel merito, si possa essere o meno d’accordo con chi grida “Al lupo! Al lupo” (chi scrive pensa ad esempio che l’uscita unilaterale dall’Euro sarebbe un disastro), non è forse ben compreso un punto. Che il tappo sta saltando, che un intero ciclo politico sta finendo, che qualunque sia lo sbocco dei prossimi mesi, la linea rigorista, europeista, filo-immigrazionista, mercatista degli ultimi trent’anni è giunta al capolinea. Quella linea, ormai, è la linea di meno del 20% degli italiani (più o meno i voti che prende il PD, l’unico partito che si richiama esplicitamente a certi valori). Il resto, gli ha definitivamente voltato le spalle. Si è rotto il recinto e non saranno i papaveri di stato, il Presidente della Repubblica, i giornaloni nazionali, le magistrature, le minoranze di garantiti a riportare le pecore all’ovile. Perché gli umori diffusi e le intenzioni di voto parlano chiaro. Nelle statistiche cresce solo chi - come Salvini - esprime in maniera esplicita certe posizioni: fine della subalternità alla Germania in Europa, critica alla subalternità verso gli Stati Uniti nel mondo (no alle sanzioni contro la Russia, fine all’interventismo in Medio Oriente), mani libere negli investimenti, più attenzione alle istanze sociali e meno al mercato e al bilancio. In modi diversi e confusi è quello che da tempo dice anche il Movimento di Grillo. Per questo l’elettorato italiano ha imposto - in una forma imprevedibile - che queste due forze si mettessero a un tavolo.
Insomma, il sentiero è tracciato. Governo o non governo, qualsiasi ritorno al voto darà ancora più forza al cosiddetto “sovranismo”, alle istanze di quelle classi popolari che hanno subito o che temono di subire l’impatto dell’Italia con la globalizzazione: i 10 milioni e mezzo di poveri, circa il 17% della popolazione, il numero più alto d’Europa. Per scongiurare cosa? Il modello americano, il trionfo del mercato, nel quale tale percentuale sale a quota 41. Il voto del 4 marzo è stato dunque un chiaro e inequivocabile: “No, grazie”.



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