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È sempre meglio che chi ci incute paura abbia più paura di noi
Umberto Eco

Giovedì 9 marzo: uno “squilibrato” (così l’hanno definito) ha preso ad accettate nove persone a Düsseldorf. Tra loro, anche due donne italiane. Il fatto è stato subito bollato dalla stampa come “gesto di una persona con problemi psichici”. Appena due giorni dopo, sabato 11 marzo, sempre in Germania, più precisamente ad Essen, 35 km da Düsseldorf, la polizia tedesca ha chiuso preventivamente un centro commerciale per minacce terroristiche.
In questi casi, c’è una vecchia lezione di Giulio Andreotti che rimane sempre valida: “A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina”. Così, per scrupolo, ho iniziato a cercare notizie sull’attentatore di Düsseldorf. Niente. Il 90% dei media (siti, giornali e notiziari on-line) non ne riportava il nome. Ci si limitava ad affermare che era “ex-jugoslavo” (ovvero?) oppure “slavo” (esistono più di una dozzina di nazioni definibili slave). Poi, spulciando meglio, si scopre che in realtà è un kosovaro e che si chiama “Fatmir H.”. Dunque, per amore della verità e dei semplici fatti, si parla di una persona non affatto slava, di un cittadino di uno stato non riconosciuto da tutta la comunità internazionale, di un membro di una comunità nella quale il 90% delle persone professa la religione musulmana e nella quale è notorio esistano campi d’addestramento per terroristi.
Ora, chi non ha la memoria corta, ricorda molto bene questa storia dello “squilibrato” e del “gesto folle di una persona con problemi psichici”. Più precisamente, hanno detto la stessa cosa dopo l’attentato di Nizza (14 luglio 2016, 86 morti), dopo la strage di Orlando (Florida, 11 giugno 2016, 49 morti), dopo la strage di San Bernardino (California, 2 dicembre 2015, 14 morti e 24 feriti).
Nel primo caso si è detto che Mohamed Lahouaiej-Bouhlel avesse problemi con la moglie, nel secondo caso che Omar Mateen fosse una persona patologicamente affetta da omofobia, nel terzo caso che la coppia Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik avesse problemi legati al posto di lavoro. Insomma, di primo acchito sembravano circostanze secondarie che Mohamed fosse un piccolo criminale con affiliazione all’Isis, che Omar avesse un padre apertamente sostenitore dei talebani e che Syed Rizwan (pakistano) fosse dipinto come persona “molto religiosa” con a casa 1.600 munizioni e 12 bombe artigianali.
Questo andazzo dei media che vogliono pedagogizzare la società non può che finire male. Non è l’ambiguità, il non detto, il nascondere circostanze scomode che salverà il mondo occidentale dagli inevitabili rigurgiti che certe situazioni comportano. Se va bene (se va bene), è un modo di presentare la realtà che spiana la strada a politici come Donald Trump: presidente tra l’altro demonizzato a priori, impossibile da giudicare per il semplice fatto che il suo mandato è appena iniziato.
Esiste una preoccupazione diffusa, reale, materiale, razionale rispetto a fenomeni che la nostra società non accetterà mai come fisiologici, naturali e inevitabili. Nel 2004 il giornalista Abdel Rahman al-Rashed disse che “Anche se non tutti i musulmani sono terroristi, la maggior parte dei terroristi sono musulmani”. E questo, detto da un arabo stesso, è quello che pensa istintivamente anche la gente comune. Ovviamente è una semplificazione, ma le classi dirigenti dovrebbero dare risposte a tale preoccupazione, non esorcizzarla facendo finta che i fatti siano altri. Pena soccombere a chi invece, pur semplicisticamente, le risposte da dare ce le ha eccome.



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