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Grattate il Russo e troverete il Cosacco
Charles Joseph de Ligne

Sono anni che i media occidentali hanno stabilito che la Russia dev’essere il nemico dell’Occidente. Curiosamente questa ostilità è iniziata con l’ascesa di Putin, quando è uscito di scena il presidente alcolizzato (Eltsin), il paese si è riorganizzato e gli oligarchi hanno smesso di fare affari ai danni dello stato. La Russia anni Novanta rappresentava il sogno americano: debole, in mano al Fondo Monetario Internazionale, aggredibile alle frontiere (la Nato, nonostante le promesse fatte da Washington nel periodo successivo al crollo dell’Urss, ha piazzato basi ovunque nei paesi limitrofi). Poi però il Cremlino ha iniziato a dire “no”: no all’intervento in Iraq nel 2003 e no all’affare Yukos (il conferimento di un asset strategico russo alla multinazionale americana ExxonMobil). Da quel momento in poi la Russia non piace più. Poco importa che il paese in appena 8 anni - i primi due mandati dell’attuale presidente - vede crescere di sei volte il reddito medio, che si libera dalle endemiche carneficine mafiose, che lotta contro il terrorismo islamico in Cecenia, nel Daghestan e nel Caucaso in generale. Verso Mosca nessuna pietà. Quando a Beslan, tra il 1° settembre e il 3 settembre 2004, i terroristi islamici ceceni trucidano 330 persone, tra le quali 186 bambini, l’Occidente non sa fare niente di meglio che concepire una “Lettera aperta ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea e della Nato” (115 firmatari tra intellettuali e politici) per accusare il Cremlino di “minare le fondamenta della democrazia”. Quando, nell’estate del 2008, la Russia viene attaccata dalla Georgia (così è stato stabilito da una commissione indipendente UE), i media nostrani non hanno niente di meglio da fare che dipingerla come paese aggressore. Quando la minoranza russofona della Crimea e del Donbass si difende da un governo - quello ucraino - che vorrebbe togliergli anche il diritto di parlare la sua lingua (i russi stanno lì dalla fine del ‘700), ovviamente è sempre Mosca che deve rispondere dell’accusa di “mire espansionistiche”.
Insomma, una narrazione dei fatti totalmente fuori dal reale, che pone i russi artificialmente fuori dal mondo europeo e che prova a dipingerli come subumani. Lo si è visto anche recentemente. La commozione occidentale verso i 217 morti russi sul Sinai (l’attentato terroristico riguardante il volo del 31 ottobre 2015) è stata pari a zero. Quella per il coro dell’Armata Rossa decimato mentre andava a portare la musica nelle città siriane strappate ai terroristi, è stata inesistente. I morti della metropolitana di San Pietroburgo hanno fatto notizia per una sera. Tutt’altra storia invece per l’arresto di Navalny (2 settimane di detenzione), il “blogger anti-Putin” che ha occupato i telegiornali e le prime pagine dei quotidiani per tre giorni. Poco importa che l’arresto fosse in ottemperanza alla legge russa (non sono ammessi cortei senza autorizzazione come in tutti i paesi civili), che fosse a favore di telecamera (Navalny postava contestualmente su Istangram le sue foto), che il tizio abbia scarsissimo seguito elettorale nel suo Paese (non arriva al 5%). A Washington, appena un anno prima, per le stesse ragioni sono stati arrestati 400 manifestanti. Qualcuno ricorda la notizia?
Insomma, passano i secoli ma il russo medio non sfugge al destino di essere raccontato come il cosacco che avanza. Per giorni viene chiamato “Igor il russo” il killer di Budrio, un tizio che compie rapine seriali e omicidi nella provincia di Bologna. Poi viene fuori, per bocca del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, che è serbo. Ma poco importa: il nemico viene da Mosca, non dalle petromonarchie che finanziano il terrorismo.



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