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Diversamente dalle altre capitali europee, Roma non dette il la all’Unità d’Italia, vi venne bensì annessa…
Henry Kissinger

Da qui alle elezioni politiche, che Virginia Raggi sia il più affidabile alleato di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi non l’hanno capito solo i consiglieri comunali di maggioranza, qualche agitatore grillino e parte dei vertici nazionali del Movimento. “Parte” e non tutti, perché probabilmente risulta evidente, a qualcuno tra i dirigenti più scaltri, che esista una seria questione Raggi all’interno del contenitore politico messo in piedi da Grillo.
Roma doveva rappresentare il palcoscenico ideale del Movimento Cinque Stelle. Un paio d’anni di buongoverno dovevano essere il lasciapassare per Palazzo Chigi. Non sta andando esattamente così. Roma è, mese dopo mese, il Golgota del Movimento, il luogo nel quale tutte le contraddizioni del qualunquismo politico diventano realtà tangibile. A partire dalla prima: “uno vale uno”. Virginia Raggi - come diversi altri sindaci che hanno fallito in passato - è innanzitutto la dimostrazione vivente che “uno non vale affatto uno”. I più pessimisti l’avevano già notato durante i primi mesi di mandato. Partita male, molto male, la sindaco è stata difesa con la geniale formula del “diamole tempo”. Il problema è che il tempo, sfortunatamente, è troppo. Non il tempo passato al governo di Roma (ad oggi più di un anno). No. Il tempo in eccesso sarebbe un altro: sarebbe quello che separa la nomina a sindaco dalle elezioni politiche del 2018. A quel punto gli anni di Virginia Raggi al Campidoglio saranno quasi due. E in quel contesto sarà davvero molto difficile nascondersi, dire ai concittadini e agli italiani che occorre ancora aspettare.
Il problema con il quale la Raggi e il Movimento sembrano non aver fatto i conti è che la realtà ha la testa dura. E sta lì a dirci che nell’ultimo anno l’Atac ha fornito un servizio sempre peggiore, che il centro storico e il resto della città sono sporchi, che le strade continuano a presentare voragini, che sul fronte della cultura la Capitale sembra un paese di provincia, che le periferie sono completamente abbandonate a se stesse. Su nessuno di questi fronti i circa 3 milioni di romani hanno notato passi in avanti. Un altro anno così, significa offrire la migliore arma di propaganda possibile sia al Partito Democratico che al Centro-destra (i quali, non a caso, si guardano bene dal creare davvero disturbo al sindaco).
In un mondo normale, in un contesto politico normale, un sindaco come Virginia Raggi sarebbe stato da tempo commissariato dal suo stesso Movimento. Tanti sorrisi, tanti tagli di nastro, tante cerimonie pubbliche, ma la sostanza del da farsi delegata a chi ha polso e testa per decidere. Perché per Grillo Roma non è semplicemente Roma: è la penultima tappa di una strategia politica che va avanti dalle politiche del 2013. Tutto questo non è accaduto e probabilmente non accadrà. Genova si è imposta su Roma solo sulla scelta, alla fine nemmeno del tutto popolare, del “No” alle olimpiadi. I motivi del non governo capitolino dunque li sa solo chi è dentro e comanda nel Movimento: veti tra correnti interne? Sincera e democratica fiducia di Grillo? Attese positive sul altri fronti (Sicilia)? Assenza di alternative? Assenza di una classe dirigente romana davvero capace di fare meglio?
Sono ipotesi sulle quali pochi possono avere certezze. Ciò che è certo è che la Roma della Repubblica e dell’Impero, dei papi e dei cardinali, dei mazziniani e dei garibaldini, dei fascisti e dei partigiani, tutto si aspettava fuorché finire per essere una pedina qualsiasi della politica italiana.



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