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Non siamo mai meno che degli individui, ma non siamo mai solamente individui
John Powellj

Che Paese è un Paese che concede un permesso retribuito per assistere un cane e tratta i propri disabili come cani? È una delle domande che è quasi istintivo porsi di fronte alla notizia dello scorso 12 ottobre, in base alla quale l’Università “La Sapienza” ha concesso a una sua dipendente dei giorni retribuiti a casa per assistere all’operazione del proprio cane e al decorso successivo.
Ovviamente il problema non è l’animale, al quale è altrettanto istintivo augurare tutto il bene del mondo. Il problema, piuttosto, è l’immenso scarto tra il fatto in sé e la realtà generale del Paese.
Una società che può permettersi di sacrificare giornate di lavoro per concedere il diritto di assistere un animale domestico dovrebbe essere una specie di paradiso. Se tratta così bene le bestie, figuriamoci le persone. Eppure, nell’esperienza di tutti i giorni, non è propriamente così. Mentre il povero cane riceve tutte le cure e l’affetto del caso, circa 12 milioni di italiani rinunciano a rivolgersi al medico per motivi economici (notizia dello scorso giugno). Si dirà: è un fatto limitato alla salute. Non proprio. Perché la totale assenza di finalità pubbliche prioritarie è vera anche per la casa (assegnazione degli alloggi popolari a chi non ha mai contribuito, nemmeno per storia familiare, alle casse pubbliche), per la famiglia (nessun sostegno alla maternità), per la scuola (asili nido pubblici quasi impossibili da frequentare per i bimbi delle famiglie operaie o impiegatizie). Tutto questo non per dare addosso a chi è più ultimo degli ultimi, ma per segnalare una contraddizione insanabile: quella di una società che allarga incessantemente la platea dei diritti ma, di fatto, esclude la maggioranza dei cittadini dal loro reale godimento.
È un crinale pericoloso quello che l’Occidente ha imboccato a partire dagli anni Novanta. Nel libro “Il passato di un’illusione”, lo storico Francois Furet, per spiegare la genesi delle tragedie novecentesche (nazismo e comunismo), scrive: “Mentre proclama l’eguaglianza come diritto imprescrittibile dell’uomo, la società moderna produce di continuo ineguaglianza, soprattutto materiale, più di qualsiasi altra società conosciuta”. Oggi sarebbe il caso di aggiungere che la proclamazione di tutti i diritti individuali possibili - persino quelli del cane, della paghetta corrisposta ai figli trentenni, dell’ora del riposino, eccetera - è diventato il miglior mezzo negare l’esistenza di una qualsiasi priorità dei diritti, specialmente quelli che riguardano le maggioranze (la quali, di per sé, ormai non hanno più ragion d’essere, perché la vulgata generale prevede l’esistenza solo degli individui).
L’atomizzazione della società, l’ipertrofia dei diritti, il riconoscimento dello status di eguale a tutte le infinite minoranze concepibili sono meccanismi che funzionano perché chiunque è, in qualche ambito, una minoranza. Per assurdo, il diritto alla casa e il diritto a starci dentro per prestare le dovute cure a un cane sono diventati più o meno la stessa cosa. Anzi, più il secondo rappresenta una novità, più ci si dimentica del primo.
Ovviamente tutto, alla lunga, non funziona. Un paese non può essere la semplice somma algebrica delle infinite forme di individualità che ci vivono sopra. Se non esprime un progetto collettivo, una lista delle priorità, una comunanza di valori peculiari e assertivi (qualcosa che non sia il mantra liberale valido a qualsiasi latitudine), non ha nessun tipo di futuro.



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