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Il governo debole è il peggiore di tutti
Massimo D’Azeglio

È iniziata la campagna elettorale ed è subito nausea. È un fiorire di pensioni minime a mille euro, redditi di cittadinanza, piani casa, salari minimi, lavoro, fondi per qualsiasi cosa. Per certi versi, è fisiologico: la democrazia è essenzialmente questo; meglio sentirsi promettere la luna che vivere nel migliore dei mondi possibili di un regime. Tuttavia colpisce, nelle ultime settimane, proprio l’utilizzo dell’arma propagandistica da parte del governo e di alcune realtà ad esso legate, in particolare la tv pubblica.
Sul governo Gentiloni occorrerà esser chiari. È stato un buon governo, durato poco e con uno stile che probabilmente gli italiani rimpiangeranno presto. Il basso profilo e il sobrio lavoro del presidente del Consiglio hanno permesso di chiudere la legislatura con un bilancio leggermente più in ordine e provvedimenti importanti (obbligo vaccinale, testamento biologico, drastico ridimensionamento degli sbarchi di migranti, 4 miliardi per riqualificare le periferie urbane). Marco Minniti, Beatrice Lorenzin, Maurizio Martina, Carlo Padoan, Carlo Calenda e Dario Franceschini hanno svolto più che degnamente il loro ruolo di ministri.
Però c’è un grande malinteso. Si può concedere all’uscente maggioranza di dire che era il massimo che si potesse fare rispetto alle condizioni politiche con le quali si è governato (giusta o sbagliata, è un’opinione). Quello che indispone è iniziare a dipingere l’ultimo periodo come la fine della profonda crisi nella quale è caduta l’Italia. Non c’è giorno che passi che la tv pubblica non rilanci cifre inverosimili su occupazione, esportazioni, pil, eccetera. Questo martellante ottimismo stride con la situazione reale. La crisi invece c’è, è fortissima e sostanzia un grande malcontento generale. Dire, come ha fatto Gentiloni, che il livello degli occupati non è mai stato così alto da quarant’anni, significa provocare apertamente l’elettorato. Perché è arcinoto che attualmente l’Istat considera “occupato” anche chi lavora un’ora a settimana (i criteri di valutazione del dato sono cambiati nel 1998 in base a una direttiva europea). Perché per fortuna è ancora in vita chi gli anni Settanta-Ottanta se li ricorda. Perché tutte le famiglie hanno ragazzi che dopo il diploma o la laurea non hanno altra alternativa che la fuga dall’Italia. Perché è generale la fatica di pagare gli affitti, stare dietro ai mutui, fare la spesa, rincorrere i miseri stipendi del settore pubblico e privato.
Promemoria per chi se ne va e per chi verrà al governo. Negli ultimi 25 anni quasi 3 milioni di persone sono scappate dal Sud Italia. Dal 2005 in poi, l’Italia è ridiventata un paese d’emigrazione, dal quale si fugge in cerca di vita migliore (proprio negli anni Settanta, tanto cari al governo, aveva smesso di esserlo). Il Bel Paese tornerà ai livelli economici del periodo precedente il 2007 - inizio della recessione - solo dopo il 2020: sotto “quota zero”, ovvero ancora indietro rispetto agli anni di recessione, ci siamo solo noi, la Grecia e il Portogallo. Alla fine di quest’anno, nonostante la timida crescita registrata (si stima circa un +1,8%), siamo, in ogni caso, oltre il 6% sotto il livello precrisi. Dieci anni non sono bastati a sporgere la testa fuori da quel fosso, un tempo che invece è largamente bastato a Francia (+6,7%), Germania (+10,9%) e Stati Uniti (+14,6%).
Dunque non è proprio il caso di lamentarsi per i populismi che avanzano. Le ideologie del “tutto e subito” si fanno largo tra le macerie della crisi e di governi che oggettivamente non hanno fatto abbastanza. Si spera senza far danni.



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