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Non si vota mai per qualcuno, ma contro qualcun altro
Giordano Bruno Guerri

Il 4 marzo si vota. Sarà un passaggio importante o forse solo un assestamento del quadro esistente. Dipende dagli elettori, da chi vota e da cosa vota. Andrà in un modo o nell’altro anche in base a un altro fattore: l’astensionismo. Sembra infatti che tanta gente - sfiduciata dalla politica e soprattutto dai politici - non abbia alcuna intenzione di andare a votare.
Il ragionamento di chi sta a casa è semplice: “Se anche andassi a votare, cosa cambierebbe? Nulla”. Ora non staremo qui a fare il pistolotto su chi per ottenere quel diritto, quello di votare, ci ha speso il proprio sangue e forse anche la vita. Sarebbe la solita retorica, giusta nel richiamo al passato ma priva di conseguenze sui comportamenti privati. Meglio seguire i ragionamenti di chi vorrebbe starsene in poltrona.
Innanzitutto il principio-cardine. Si dice, “Che cambia se vado o meno? Non sarà certo il mio voto, tra quello di milioni di italiani, a cambiare le cose”. Statisticamente è vero. Ma se è per questo, lo stesso presentimento dovrebbe valere per le lotterie, per i gratta e vinci, per le opinioni espresse sui social, per il tifo, per i festeggiamenti di capodanno e per chissà quant’altro. Tutte cose per molti irrinunciabili e per le quali la domanda non è nemmeno abbozzata.
Al “Non cambia niente” segue spesso un altro retropensiero. Parecchi dicono: “Anche se vado, il partito o la coalizione politica che voto non vinceranno di certo”. Ed è una riflessione singolare, perché non si tratta di eleggere uno zar autocrate, ma un parlamento che esprime una maggioranza e un’opposizione. Più è forte l’opposizione, meno il governo che non ci è gradito sarà capace di fare i danni che temiamo.
Ma veniamo all’argomentazione principe. Chi non va al seggio, lo fa soprattutto in omaggio alla convinzione “Nessuno mi rappresenta”. Il che è infantile quanto propriamente vero. Il parlamentare, il partito o la coalizione non rappresentano i cittadini in quanto individui, li rappresentano in quanto soggetti sociali: la somma di tante cose diverse. Oggi la società italiana è talmente complicata che è difficile se non impossibile che un partito appiattisca il proprio profilo di rappresentanza rispetto a una classe sociale, un’area geografica, una professione. Esiste forse più un partito degli operai? Uno dei commercianti? Uno degli industriali? Difficile dirlo. C’è chi maldestramente cerca di farsi portatore esclusivo di certi interessi, ma è percepito come tale solo dai propri militanti e da una ristretta cerchia di persone. Persino il “partito del Nord” è scomparso in quanto tale e ha allargato la propria proposta politica a tutto il Paese.
Insomma, probabilmente è vero che “Nessuno ci rappresenta”. Ma è altrettanto vero - eccome - che abbiamo interessi trasversali che ci premono indistintamente. Non è indifferente se pagare più o meno interessi sul mutuo della propria casa, se lavorare con l’Iva al 25%, se il governo investe o meno soldi sulle infrastrutture (nel X Municipio faccenda via del Mare e Colombo), se c’è abbastanza sicurezza, se le forze dell’ordine hanno o meno i mezzi e gli strumenti per garantirla, se la scuola pubblica prepara i ragazzi al futuro, se la sanità è in grado o meno di garantire prestazioni adeguate. Ecco, su questo e molto altro si deciderà il 4 marzo, che ci si senta rappresentati o meno. Chi non va a votare dà una delega in bianco sul proprio destino al vicino di casa: che magari ci va e che magari gli è pure antipatico. È un gesto implicitamente stupido? Decisamente sì



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