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“Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.”
Winston Churchill
Le due sponde di Roma stanno vivendo a parti invertite un campionato che entrerà nelle rispettive storie calcistiche. È difficile spiegare il pallone a chi non lo capisce. Quando brucia il divano, quando l’ultimo scalino d’accesso al settore svela il verde del campo e toglie il fiato, quando i tuoi colori sono i colori della tua città, dei posti che ami, degli amici, della Storia, è difficile spiegare. Cerchiamo allora di fare un ragionamento diverso: visto che il dio calcio è indecifrabile, rintracciamo cosa è decifrabile attraverso il dio calcio. Sembra un paradosso filosofico ma il segreto è tutto qui.
Sei anni fa un giornalista americano, Franklin Foer, scrisse un libro dal titolo eloquente: “Come il calcio spiega il mondo - teoria improbabile sulla globalizzazione”. Dentro c’erano storie note e meno note: il ruolo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado nella guerra in Bosnia-Erzegovina, lo scontro tra i cattolici Celtic Glasgow e i protestanti Glasgow Rangers, la triste vicenda dell’Hakoah di Vienna (imbattibile squadra ebrea sterminata dai nazisti), la corruzione della Federcalcio brasiliana, la nostra “Calciopoli” (prima che scoppiasse), le surreali avventure dei giocatori africani in Ucraina, l’identità profondamente catalana e antifranchista del Barcellona, ecc... Per quanto ben documentato e corposo, il volume rendeva giustizia solo parziale al rapporto tra il calcio e il mondo. Si potrebbero infatti scrivere altrettanti e interminabili capitoli sui goal con cui Maradona vendicò la guerra delle Falkland (Inghilterra-Argentina, Messico ‘86), sul rapporto tra la vecchia mentalità sovietica e il gioco a zona del colonnello Lobanovsky, sul rapporto tra sensibilità nazionali e modo di giocare (gli inglesi sono empirici, gli italiani utilitaristici, i brasiliani narcisistici, gli africani istintivi, i tedeschi organici e così via). In ogni caso, sarebbe ben poco. Un tifoso prova emozioni per ciò che gli è vicino e racconta di lui: i tornei giovanili, il viale dello stadio tenendo la mano del papà, l’album delle figurine, il picchetto, il campetto sotto casa, i pomeriggi passati ad imitare le cose viste la domenica.
Passano gli anni e il calcio diventa per molti l’unico diario attendibile della propria vita. Uno scudetto, un abbonamento, una stagione intensa restituiscono alla memoria un partner andato via, un vecchio lavoro, una casa abbandonata, pensieri diventati inutili. Il mondo contemporaneo mangia la vita, il calcio la restituisce. La Roma di Viola o di Sensi, la Lazio di Chinaglia o di Cragnotti, l’Italia di Bearzot o di Sacchi dicono di più su noi stessi, su Roma e sull’Italia che un retorico articolo di giornale.
Tra la Garbatella e Tor Marancia c’è un graffito che ritrae Agostino Di Bartolomei: calcia, ha la gamba tesa e rigida, come oggi non si usa più. Tirava forte Di Bartolomei, perché quei palloni erano pesanti, non arrivavano mai. Oggi quel gesto è fissato anche nella foto della pagina personale di Wikipedia, l’enciclopedia libera e universale di internet.
La storia di Agostino è finita in tragedia il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa con il Liverpool (30 maggio 1984). Se fosse stato cosciente di aver lasciato una traccia così forte, forse non sarebbe andata così. È il calcio: la somma sempre indeterminata dei sogni propri e di quelli altrui.
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