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13 Magazine N. 78
“La giustizia è l’insieme delle norme che perpetuano un tipo umano in una civiltà."

Antoine De Saint-Exupery

2010: sconfortante guardare il calendario e trovarsi ancora a parlare di una specifica questione giustizia. Probabilmente il problema non si porrebbe se non esistesse quella singolare anomalia politica chiamata Silvio Berlusconi. La giustizia, uno dei tanti capitoli infelici di quella catastrofe di inefficienza chiamata Stato italiano, sarebbe posta di sicuro a margine di tante altre delicate questioni. E invece no. Causa le preferenze politiche degli italiani, la personale storia imprenditoriale del Presidente del Consiglio, i gravi limiti dei passati governi di centro-sinistra, la giustizia rimane da ormai 15 anni il tema più scottante del dibattito pubblico.
Gli articoli che seguiranno hanno volutamente cercato di fare un bilancio della questione il più possibile lontano dai veleni della polemica politico-giornalistica corrente. La scelta è derivata dalla profonda convinzione che entrambe le posizioni in campo - quelle più critiche verso il potere della magistratura e quelle che invece lo sostengono - siano l’evidente frutto di un parallelo abbaglio.
Da un primo punto di vista, criticare genericamente le sentenze dei magistrati italiani appare del tutto ridicolo. Se c’è un tratto incontrovertibile della giustizia italiana è infatti il suo eccessivo garantismo, il fatto che i colpevoli non siano mai tali, che i processi siano oltremodo lunghi e che il codice penale non sia un deterrente valido per chi delinque (nel momento in cui questo pezzo viene scritto, giunge la notizia che Rudy Guede, riconosciuto in appello responsabile dello stupro e dell’omicidio di Meredith Kercher, ha già ricevuto un dimezzamento della pena a 16 anni di carcere).
Da un secondo punto vista, fare dei magistrati italiani degli eroi per carica acquisita è altrettanto fuori luogo. È vero: al contrario della politica, il potere giudiziario ha offerto all’Italia dei martiri che hanno pagato per tutti. Sono spesso stati definiti perseguitati politici Andreotti, Craxi, Mastella, Forlani, De Mita, ecc… Scommetteremmo senza timore sul fatto che tra cento anni i libri di storia li inseriranno in contesti diversi da quelli di Falcone, Borsellino, Livatino, ecc… Eppure non bisognerebbe mai dimenticare che questi magistrati sono figure eccezionali perché appartengono ad un ordine che li ha costretti a farsi eroi, a sfidare sia le gerarchie interne che le connessioni di queste ultime con la politica e gli altri poteri dello stato. La presenza di eroi è sempre l’implicito indicatore che qualcosa non va nella vita ordinaria di un Paese e nelle sue istituzioni. È lì che deve indirizzarsi la necessaria attività di riforma che il Parlamento ha il dovere di compiere.
C’è un comprensibile clima di sospetto ogni volta che il governo Berlusconi agita il tema della riforma della giustizia. È normale che la tensione salga laddove un leader politico costringe l’intero Paese a convergere con l’agenda personale. Rimane il fatto che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la ragionevole durata dei processi e l’innalzamento della produttività complessiva sono ragionevoli istanze di riforma della macchina giustizia.

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