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“Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri.”
Frédéric Bastiat
Tra le tante tendenze negative del mondo contemporaneo, ce ne è una che forse è tanto pervasiva quanto poco avvertita. Occorre infatti uno sforzo notevole per andare oltre il triste spettacolo offerto da chi ricopre cariche pubbliche e cercare altrove le ragioni di un comportamento che sarebbe facilmente relegabile nel solo ambito del diritto penale.
Di cosa sia lo “Stato” l’umanità discute da secoli. Il punto è che come qualsiasi altra istituzione umana è qualcosa di mutante nel tempo. Per gran parte del secondo dopoguerra, complice anche un quadro internazionale bloccato dall’ordine bipolare, si è cristallizzata in Italia una visione dello stato fortemente influenzata dagli equilibri politici fissati nella costituente. I trent’anni che separano le elezioni del ‘48 dalla morte di Aldo Moro (fine dell’ipostesi del compromesso storico) hanno sedimentato una visione delle istituzioni pubbliche da “fronte popolare”: fortemente repubblicana, centralizzata, volta al bene collettivo, ossequiosa nella forma e nella sostanza dei ruoli fissati dalla carta fondativa. Verso la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘80, questo modello ha iniziato a subire delle crepe. Sottoposto alle profonde sollecitazioni provenienti dalla progressiva accelerazione dello sviluppo asiatico, dal rilancio americano della competizione militare su livelli che avrebbero mandato in pezzi il sistema sovietico, dalla rinascita del magnete tedesco nel centro Europa, dall’affermazione del monetarismo e delle politiche tatcheriane, dall’emergere dei “nuovi ceti”, il modello di Stato concepito dai nostri padri costituenti è entrato in crisi. Burocratizzato, elefantiaco, fonte di enormi sprechi, appesantito dal voto di scambio, delegittimato da un’etica pubblica fondata sul “familismo amorale” (che in parte gli americani definiscono “sindrome Nimby” - Not In My Back Yard - “Non nel mio giardino di casa”), lo stato italiano ha vissuto dunque un processo di ristrutturazione del tutto irrazionale, derivante dalla concomitanza tra l’impossibilità di violare i diritti acquisiti e la necessità di dover comunque governare. Da una parte ciò ha comportato il ricorso a strutture e poteri che hanno supplito alla pochezza della politica (la Banca d’Italia ci ha portato dentro il club di Maastricht, la magistratura ha tolto di mezzo una classe dirigente inadatta al nuovo corso); dall’altra parte ha causato il crescente uso governativo di strumenti amministrativi eccedenti le strutture ordinarie. La tanto dibattuta faccenda della Protezione Civile riguarda proprio uno di questi casi. Nello stesso filone potrebbero però essere inseriti tantissimi altri ambiti di intervento: dalla privatizzazione delle municipalizzate all’istituzione della “Difesa Spa”, dal regalo delle autostrade alla famiglia Benetton al massiccio ricorso alla sanità parapubblica, ecc...
È una strada tortuosa. Oltreoceano, dove preferiscono fare tutto con più schiettezza, il prof Krugman ha chiamato questo meccanismo “strategia dell’affama la bestia”, ovvero alzare la spesa pubblica per poi giustificare i tagli a quella sociale e ai rami improduttivi della macchina statale. In realtà, da noi come altrove, la fase due, quella del ridimensionamento, ancora nessuno l’ha vista. Complici gli impegni militari e quelli legati al salvataggio delle banche, il debito pubblico è infatti fortemente cresciuto in tutto il mondo occidentale (per non parlare del Giappone). Stiamo quindi attraversando una fase di piena mutazione. L’aria che tira è però tutt’altro che rassicurante.
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