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“Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri."
La Bibbia, Libro del Levitico
Innanzi tutto una premessa necessaria. La politica si occupa spesso di immigrazione. Sulla paura si costruiscono imperi elettorali, e se la paura è utile per mettere le mani su una macchina che succhia la metà di quanto gli italiani producono ogni anno, vada per la paura.
L’immigrazione è un tema che pretende una schiettezza diversa da quella che usualmente si usa nel trattare le altre grandi questioni del dibattito italiano: le feste a Villa Grazioli, l’elevazione dell’Ampolla con l’acqua del Po’ al dio Eridano, i rapporti tra Prodi e il KGB, il libro natalizio di Bruno Vespa, la barca a vela di D’Alema. Di solito gli italiani scoprono gli immigrati quando assumono dimensioni umane, cioè quando rischiano di morire nei naufragi, affollano gli autobus, si attaccano alla bottiglia, si prostituiscono, distruggono la vita condominiale, rapinano villette isolate e danno vita a rivolte. Prima e dopo, quando faticano in silenzio come schiavi o quando finiscono nelle statistiche delle morti sul lavoro, semplicemente, non esistono. È un po’ la stessa storia della dieta miracolosa, quella che pretende di far perdere peso mangiando. La soluzione che si vorrebbe per il problema dell’immigrazione è simile: noi qui con il nostro benessere, loro nei paesi d’origine con i loro problemi. Contro queste tesi illuminate cercheremo di dire due cose semplici.
Il primo punto su cui si dovrebbe ragionare è che l’immigrazione non è frutto della povertà, è frutto dello sviluppo (dunque anche del nostro benessere). Usualmente, fatte da parte alcune situazioni contingenti, si emigra da un Paese perché si è innescato quel meccanismo di decollo economico che distrae le braccia dall’eterno ripetersi della vita di campagna e le porta a cercare fortuna in città. Un esempio utile a capire potrebbe essere proprio quello italiano. La prima grande ondata di emigrazione del nostro Paese coincide con la sua prima fase di industrializzazione. La seconda, interna, coincide con il boom economico degli anni ‘50. I dati odierni sulle migrazioni africane, secondo i quali solo il 70% dei movimenti migratori è interno al continente ed è sulla direttiva campagne-città, confermano in pieno proprio tali dinamiche. Per non parlare delle migrazioni che subiamo da Romania, Bulgaria, Polonia, Paesi Baltici e Paesi Balcanici: tutte realtà che a partire dagli anni ‘90 sono cresciute con tassi di incremento del Pil molto più alti di quelli italiani.
Il secondo punto su cui ragionare è che l’immigrazione è un fenomeno unitario (mondiale) ma le politiche per affrontarlo non lo sono affatto. I popoli che migrano portano con sé le più disparate storie nazionali (unicità non è un concetto applicabile solo all’Italia). A tali storie corrispondono diverse, a volte contrapposte, esigenze lavorative, religiose, sanitarie, ecc… È assolutamente legittimo, forse anche desiderabile, pensare che gli immigrati debbano progressivamente conformarsi al nostro stile di vita. I percorsi costruttivi e repressivi per evitare di rendergli tale passaggio impossibile li dobbiamo però proporre noi. Ne va del nostro benessere. Il problema è che dovremmo ammettere una scomoda verità: lo stato italiano è una costruzione debole, dalla scarsissima autorità.
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