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“Ho smesso di fumare, ho guadagnato un mese di vita e sono sicuro che pioverà tutti i giorni”
Woody Allen
Voglio svelare un segreto che poi tanto segreto non è. Il numero della rivista con la copertina sulle palestre o sulle diete è come il raffreddore: prima o poi ti capita. Puoi evitarlo un anno, se sei bravo due, ma alla fine, come il puntatone di Porta a Porta sullo stesso argomento, ti è quasi fatalmente imposto.
Scrivere di benessere non è poi così difficile. Complice il fatto che la forma fisica è diventata una specie di industria, che non ha controindicazioni (c’è qualcuno che vorrebbe star male?), che è l’unica diga plausibile al crescente tasso di obesità della popolazione italiana, le informazioni non scarseggiano e le novità, di anno in anno, sono molte.
Ci sono però delle domande che stanno a monte di tutta questa faccenda e che dovrebbero inquietare chi frequenta gioiosamente le palestre, chi le ritiene un male necessario e chi le vorrebbe vedere come il sangue di San Gennaro (al massimo, una volta l’anno). Che senso ha faticare tanto? Perché uscire dall’ufficio e buttare altro tempo per riparare i danni di una vita troppo sedentaria? Come rimediare agli eccessi di una tavola sempre imbandita e alimentata dallo stress?
È inutile nasconderlo, correre sul tapis roulant o fare un’ora di cyclette può essere un’invidiabile valvola di sfogo, ma guardare enormi palestre con tante persone che a ritmo ripetono lo stesso gesto ricorda gli allevamenti intensivi dei polli. Ovviamente ognuna di quelle persone nasconde una storia diversa: c’è chi si segna in palestra per fare un favore alla coscienza, chi non saprebbe vivere senza, chi la usa come un rifugio per frequentare amici e amanti, chi impara una disciplina, chi non ha voglia di tornare dal medico, chi vuole un momento per stare solo con se stesso, ecc... Rimane però il dato di fondo di una società che ha in gran parte scisso il legame tra lavoro e fatica, e che è costretta ad utilizzare parte del tempo libero per rimediare ai “danni” di questo progresso.
Chiunque abbia una nonna o una mamma anziana che abbia avuto una gioventù contadina (il discorso è al femminile perché le donne vivono di più), può farsi raccontare cosa significasse lavorare sessant’anni fa. Ci si alzava all’alba, per colazione a volte c’era del lardo fritto dentro il pane, si andava nei campi o nelle vigne, si faceva una pausa verso mezzogiorno e poi si rientrava a casa a metà o nel tardo pomeriggio. La brace era sempre accesa, si beveva vino, si mangiava formaggio e si godeva di quanto avevano dato i campi o le attività d’allevamento (frutta, verdura, insaccati: questo nei casi fortunati, quelli in cui non si era proprietari terrieri e non braccianti a giornata). Insomma, il cibo, il pane erano in rapporto diretto con la fatica e la macchina uomo non viveva sulla bilancia ma con la schiena curva sui campi. Ovviamente non era meglio che oggi, anzi, a dirla tutta era decisamente molto peggio. Quel mondo rurale aveva però ancora un forte contatto con la dimensione fisica della specie umana e, forse, una psicologia più sana. Le domande erano le grandi domande, l’ignoranza era analfabetismo e, soprattutto, non ci si ammalava, si moriva e basta. Oggi una maldestra scolarità ha dato strumenti più per evitare di rispondere alle domande che per sapersele fare, l’ignoranza è più nella cafonaggine dei comportamenti che nell’inabilità a leggere, il costante richiamo ad un corretto stile di vita (dieta e palestra) è più paura di confrontarsi con il senso mutevole della vita stessa che autentica voglia di star bene. Si chiama progresso e ha un prezzo.
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