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13 Magazine N. 81
“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che
si sono sperimentate finora.”

Winston Churchill

“Non si mente mai tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo a caccia”: è un vecchio aforisma del Cancelliere Otto von Bismarck, maestro insuperato della Realpolitik e artefice dell’unità tedesca. A circa duecento anni dalla nascita, viene allora da chiedersi cosa avrebbe detto l’anziano e consumato diplomatico di fronte allo spettacolo dell’ultima campagna elettorale italiana. Fatta la tara dell’impietoso confronto tra la dimensione imperiale e storica di Bismarck e l’entità locale e cronachistica delle ultime elezioni, probabilmente non gli sarebbe sfuggita la più grande novità: il superamento della bugia, del confine tra il ragionevolmente falso e l’impossibilmente reale.
Una bugia ha senso se a determinate condizioni può anche essere una verità. Viceversa non è bugia: è arte, è frode, è sogno. Purtroppo in Italia si vive da tempo in questo clima di assuefazione all’assurdo. Complice la tv, la cortese vuotezza con dei mezzi busti, la continua ricerca della frase o del ragionamento breve e ad effetto, la cinica confezione mediatica dei bassi istinti ad uso dei grandi ascolti, si è persa completamente la cognizione della complessità della realtà. Promettere la sconfitta del cancro in tre anni, il repentino trasferimento a Viterbo del secondo aeroporto di Roma o la costruzione in qualche anno di un’autostrada dal raccordo anulare a Latina, coincide Più con il vaneggiare che con la propaganda. Eppure chi dice certe cose pensa che abbiano un effetto positivo, al massimo nessun effetto.
Nella politica, come in moltissimi altri ambiti, esiste un’intera generazione che si è abituata ad identificare la propria occupazione con la comunicazione. A dire il vero, nel breve periodo c’è anche una certa logica a pensarla così. In una società nella quale la produttività del lavoro si è impennata a livelli impensabili solo trent’anni fa, bastano pochissime persone competenti a tenere in piedi la baracca. Gli altri, coloro che devono inventarsi un ruolo, vanno benissimo nella parte degli attori.
Ovviamente, non è tutto così semplice. Fatto da parte il circo burlesque che questo stato di cose produce - il continuo accavallarsi di personaggi deformi, onirici, irreali, degni della compassione piuttosto che dell’attenzione - la marginalizzazione culturale, politica, economica e sociale del corpo vivo del Paese coincide con il segare il ramo su cui quest’ultimo si poggia.
C’è un’intera classe dirigente (e chiamarla così è un insulto al termine) che sta esponendosi a quello che è accaduto appena vent’anni fa, quando il senso della politica era confuso con gli equilibri tra correnti, con la ricerca delle clientele, con le alleanze di palazzo, con la conquista delle poltrone nelle società partecipate o detenute dallo stato. Considerata la nostra struttura del welfare, le nostre tendenze demografiche, i nostri squilibri economico-territoriali, il nostro provincialismo, verrà il giorno in cui la società italiana chiederà alla politica risposte improrogabili. Tornando a Bismarck, quel giorno capiranno tutti repentinamente che le guerre si perdono a forza di cannonate in testa. Non basterà un rimediato colpo di teatro, un discorsetto in parlamento, per dire che erano tutti complici. Speriamo almeno di evitarci il successivo vittimismo.

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