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13 Magazine N. 77
“Ci vuole un bel po’ di storia per spiegare un po’ di tradizione.”

Henry James

Si avvicina il Natale e il suo simbolo, Gesù Cristo, dopo 2000 anni è ancora al centro del dibattito pubblico. L’ultima discussione si è accesa in merito all’opportunità o meno di lasciare il crocifisso nelle aule scolastiche. Da una parte c’è chi sostiene che in nome dello stato laico andrebbe tolto, chi in esso vede un’offesa, chi ne fa una questione di precauzione (meglio evitare cause per risarcimento). Dall’altra c’è chi si appella alla tradizione, chi vede lesa la propria identità culturale, chi percepisce le critiche al crocifisso come un attacco della lontana Europa. È bene precisare che in entrambi i casi il livello delle argomentazioni è bassissimo, probabilmente prossimo solo all’ipocrisia e all’opportunismo con cui la politica strumentalizza il tema.
Nella diatriba sul crocifisso c’è solo una fatto che stupisce davvero: la posizione della Chiesa. A dire il vero, è ormai da tempo che la Santa Sede non riesce ad elaborare delle argomentazioni convincenti, ad esporre con sufficiente razionalità le proprie ragioni su temi come l’identità europea e la tutela dei simboli ad essa legati. Nei tanti articoli che appaiono sui giornali e nelle posizioni ufficiali, l’accento è sempre posto sull’assunto della fede comune, sull’ispirazione cristiana di alcuni principi del diritto, sui fondamenti della famiglia. Inevitabilmente, in nome del principio della pari dignità di ogni credo, tali argomentazioni appaiono deboli e facilmente criticabili.
Veniamo dunque al punto. Santa Romana Chiesa sarebbe molto più efficace nel difendere il posto che occupa nella storia italiana ed europea, se non si rintanasse nel proprio credo, se avesse cioè l’avvedutezza di ricordare alle istituzioni laiche il proprio contributo alla fondazione delle stesse. A prescindere infatti dai discorsi sulla fede - lo ripetiamo, costituzionalmente debolissimi - sarebbe molto meglio evidenziare che non l’aula, ma l’intera scuola pubblica sarebbe inconcepibile senza il contributo del crocifisso. Parliamo, ovviamente, di una storia nota. Defunta Roma, furono i Vescovi cristiani ad edificare le prime scuole pubbliche. Non solo, avendo cannibalizzato le istituzioni dell’Impero, le alte gerarchie ecclesiastiche mantennero in piedi tutte le opere e le istituzioni pubbliche dei precedenti 1000 anni di storia (tramandandole ai successivi 1500 anni). Il ruolo della Chiesa fu poi decisivo nello stanzializzare quelle masse di migranti che noi oggi chiamiamo tedeschi, francesi, ungheresi, polacchi, bulgari, russi: l’Europa di oggi sarebbe semplicemente impensabile senza il contributo cristianesimo. Si dirà: roba passata. Può darsi. Del senso cristiano del mondo rimangono però in piedi tantissime altre cose: il nostro orientamento urbano (per capire dove sia il centro, ogni europeo cerca istintivamente la posizione di un campanile), il nostro senso del tempo (l’anno di nascita coincide con l’era di Cristo), il nostro calendario (stabilito durante il Concilio di Nicea), i nostri costumi alimentari.
È sempre difficile codificare in materia di usi e consuetudini. Mettere in discussione l’identità cristiana significherebbe mettere in discussione come mangiamo, come concepiamo gli ospedali, le scuole, le strade, l’architettura, l’intero stato sociale. Può darsi che qualcuno abbia voglia di farlo, magari convinto di segnare un punto a favore del progresso. Evidentemente non ha inteso che “siamo tutti nani sulle spalle di giganti” (Bernardo di Chartres).



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