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“La vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana.”
Proverbio cinese
Siamo onesti: a vederli così, con lo sguardo perso dentro il minischermo di un cellulare e le orecchie affogate da un iPod, non fanno simpatia a nessuno. Anche quelli che prendono le loro parti - preti, ex sessantottini ingialliti, direttori marketing - sembrano farlo più per dovere o interesse che per convinzione. D’altra parte, gli adolescenti formato terzo millennio non sembrano prendersela troppo. Nemmeno reagiscono: alzano il volume e trasferiscono semplicemente i pensieri su un altro pianeta; il loro.
Questo mese 13 Magazine torna ad occuparsi del mondo giovanile. Lo fa perché c’è parecchio da capire. Stiamo vivendo forse un passaggio epocale nel costume della società. Il conflitto generazionale - ostaggio del mito sessantottino, in realtà tormento ricorrente delle nazioni europee da almeno due secoli (“Padri e figli” di Turgenev è del 1862) - rischia infatti di finire tra gli oggetti dimenticati della storia.
Molti si affrettano a vedere in questa tendenza una vittoria della tecnologia sui tradizionali pilastri educativi (scuola, famiglia, ecc…). La non troppo originale argomentazione è che i media attraverso cui si esprimono le nuove generazioni pongono i ragazzi su un terreno inaccessibile al mondo adulto. Una bella tesi avvocatesca, non c’è che dire: impossibilità di intervenire, responsabilità scaricata su un fattore impersonale (il progresso tecnologico), sentenza impronunciabile. Padri assolti e tutti a casa.
C’è una perfida coerenza nel pensarla così. Chiamarsi fuori dalle responsabilità è uno sport che le moderne gerontocrazie hanno sempre saputo fare benissimo. Secondo la versione ufficiale, i nostri cinquanta-sessantenni sono stati impegnati, ribelli, libertari, ecologisti, internazionalisti, idealisti e liberi. Avendo una faccia tosta notevole, qualche volta lamentano persino nei giovani la mancanza di coraggio, il fatto di non volersi conformare a certi modelli. Viene quindi da chiedersi quale tipo di capolavoro hanno consegnato a eredi così modesti. Eccola l’Italia dei giorni nostri: un Paese in declino, pieno di debiti e di rendite, inquinato, meno libero, lottizzato, bloccato e provinciale.
Chi conosce bene i padri, che fossero dei geni non lo ha mai pensato. La gran parte degli invasati di destra e di sinistra, quelli che oggi fanno retorica del tempo che fu, non ha mai letto una riga di Marx o Nietzsche. Gli altri, quelli che negli anni ‘80 hanno cannibalizzato lo Stato scambiando gigantesche rendite con voti, stanno ancora banchettando col debito regalato in dote ai figli. Ma c’è di più. Loro padri non sono mai voluti diventare. Incapaci di fare il controcanto, di dare uno schiaffo, di imporsi, semplicemente di esserci, vivono nel perenne mito del giovanilismo, concedendosi lifting, trapianti di capelli, liposuzioni, gite al mare e in montagna, vizietti inconfessabili e amenità varie.
Gli adolescenti del 2000 sono nati ampiamente dopo il crollo del muro di Berlino. Sanno benissimo cos’è la televisione perché per molti di loro è stato un parcheggio obbligato. Qualcuno vorrebbe spiegargli la nuova influenza attraverso gli spot di Topo Gigio (Topo Gigio!). È normale che alzino il volume delle cuffie e decidano di andare altrove, magari un posto dove non possano esser raggiunti.
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