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“Un banchiere è uno che vi presta l’ombrello quando c’èil sole e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere.”
Mark Twain
Crisi e banche: sembrerebbe un tema per addetti ai lavori, pieno di numeri, tecnicismi, complicate variabili. Difficile non scorgere in chi ne parla il connubio tra un atteggiamento professorale e un linguaggio da Nostradamus. Insomma, quanto basta per indirizzare l’attenzione di gran parte dell’opinione pubblica altrove. Eppure, lo vedremo in questo numero di 13 Magazine, c’è chi porta pazienza e cerca di vederci chiaro.
È circa un anno che, in diverse forme, druidi e vestali dell’economia spiegano che “la crisi non era prevedibile”, che “la recente generazione di modelli di crisi non offrivano contributi utili per indirizzare l’attenzione sulla crescita del credito, della leva finanziaria e dell’esposizione al rischio che stavano creando le condizioni per il crollo imminente” (Luigi Spaventa). Dispiace, perché certe posizioni sono un’autentica istigazione a murare porte e finestre delle università, a rinunciare all’idea di evitare di finire in futuro nella stessa marana. Ha vinto la cultura operativistico-scientifica del “presente permanente”, indistinta rispetto al problema del tempo, sorda nel considerare che la storia umana è iniziata diverse migliaia di anni fa, e che quella del capitalismo industriale è iniziata negli anni ‘80 del ‘700. A questi sacerdoti dell’econometria, della statistica, degli algoritmi, andrebbe spiegato che abbiamo già avuto una crisi del ‘29, che la conseguenza di quella crisi fu la legge Glass-Steagall (“per impedire che le banche commerciali manipolassero i propri clienti scaricando su loro le obbligazioni di aziende a cui le banche avevano prestato denaro ma che non erano in grado di rifondere il prestito” Luigi Zingales), che la legislazione italiana scelse lo stesso modello (legge del 1936: separazione delle diverse forme di credito), e che i grandi guai che viviamo sono il risultato della recente cancellazione di quelle regole con la conseguente quindicennale corsa degli istituti di credito nella prateria della “banca universale”. Una versione troppo semplicistica? Rozzezza per rozzezza, tiriamo allora in ballo anche un altro illustre sconosciuto del nostro tempo: il buon senso.
Qualche domanda. Ci voleva il mago Houdini per comprendere che, con un Pil mondiale di 45.000 miliardi di dollari annui, banche esposte in strumenti di finanza speculativa per 450.000 miliardi di dollari “forse” stavano vendendo fumo? Era così “normale” che Morgan Stanley, Merril Lynch, Lehman Brothers e Goldman Sachs distribuivano una paga media di 350.000 dollari a dipendente per bruciare lo stesso anno (2007) sul mercato un importo pari a 274.000 dollari ciascuno? E i compensi tra i 35 e i 43 milioni di dollari per ogni amministratore? Anche quelli commisurati alle performance aziendali e sudati?
Si vive per sperare. Nel nostro caso la candela della ragione l’hanno accesa Lawrence G. McDonald e Patrick Robinson, messi alla porta della Lehman Brothers nel gennaio 2008 (9 mesi prima del fallimento) perché criticamente sostenevano che così non si potesse andare avanti. Hanno scritto un libro sul tracollo della loro azienda. Si intitola “A colossal failure of common sense: the inside story of the collapse of Lehman Brothers” (“Un colossale fallimento del senso comune: la vera storia del crollo della Lehman Brothers”). Nonostante gli economisti, i banchieri e i ministri, c’è ancora vita sul pianeta terra.a.
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